Bonnard a Basilea

Forte dei successi del 2011, un anno fortunato che ha visto crescere dell'11 per cento i visitatori, portandoli a quasi 427 mila, ma ha visto crescere anche i finanziamenti pubblici (indicizzati all'inflazione: siamo in Svizzera...) e persino le sponsorizzazioni (4.5 milioni di franchi, il 55 per cento in più rispetto al 2010), la Fondation Beyeler ha aperto con una mostra di Pierre Bonnard un anno che promette di replicare i numeri passati: dopo questa, sono infatti in calendario le personali di un'icona come Jeff Koons e del più sofisticato Philippe Parreno, mentre in autunno sarà la volta di un altro autore-cult come Degas. Alle mostre, grazie agli accordi con la Calder Foundation di New York e la Daros Collection di Zurigo, si aggiungerà sul fronte della collezioni permanenti l'allestimento di inedite "Calder Room" e di rinnovate "Rothko Room", in cui le opere Beyeler dialogheranno con quelle delle altre due raccolte. E se a questi risultati, raggiunti dal giovane direttore Sam Keller, si aggiunge la solidità economica della fondazione, ancora irrobustita dalla dote giunta con l'eredità di Ernst Beyeler (battuta lo scorso anno da Christie's, ha fruttato 67.5 milioni di franchi svizzeri), non stupisce davvero che la programmazione qui sia sempre di un tale livello. 
La mostra di Bonnard non fa eccezione e, ancora una volta, riunisce opere famose prestate da grandi musei internazionali e altre mai viste, perché conservate in collezioni private difficilmente espugnabili. Il curatore, Ulf Küster, le ha ordinate per soggetti all'interno di un'ideale "casa Bonnard", che condensa in sé le due residenze di Vernonnet, sulla Senna, e di Le Cannet, in Costa Azzurra, predilette dal pittore e dalla modella-musa-compagna e poi moglie, Marthe de Méligny: una presenza enigmatica, la sua (per oltre 30 anni, dal 1893, quando la incontrò, fino al matrimonio, nel 1925, Bonnard ne ignorò il vero e più prosaico nome di Maria Boursin) e una figura inquietante, che lo segregò dal resto del mondo, avviluppandolo in una sorta di bozzolo abitato da loro soltanto: unica presenza ammessa, Renée Monchaty, la donna con cui coltivarono per anni uno stretto ménage à trois, troncato solo quando si sposarono. La Monchaty sarebbe morta suicida di lì a un mese. 
L'idea curatoriale è brillante, perché la casa, con le sue stanze luminose eppure soffocanti, è davvero la sede dell'unità di luogo-tempo-azione di un artista elusivo e autoreferenziale, che non si allontanò mai da quei rifugi (prigioni?), impedendo allo sguardo di spingersi oltre ciò che vedeva dalle finestre, e che non condivise quasi nulla con gli altri maestri del tempo.
Vero è che l'insistere di Bonnard su pochi, domestici soggetti – la sala da pranzo, con Marthe e i bassotti di casa immersi in un'atmosfera solidamente borghese; la camera da letto, densa questa di un erotismo oscuro; l'onnipresente bagno, con il corpo nudo di Marthe colto nelle angolazioni più diverse, e la terrazza, rassicurante e luminosa, contrapposta al giardino selvatico e ombroso, efficace metafora della loro esistenza segregata – ha finto per farlo intendere lungamente come il pittore dei piccoli fasti borghesi. Ma se tale ipoteca continua, non a torto, a pesargli sul capo, le opere scelte per questa mostra offrono l'opportunità di seguirlo sul versante ben più stimolante della sua investigazione del medium pittorico. Perché questa sua pittura, tutt'altro che facile sotto alla "pelle" iridescente, è in primo luogo un'avventura dello sguardo, costantemente forzato, iperstimolato, da un colore ardente, perfino eccessivo, da una prospettiva multifocale da stampa giapponese, slittante e ambigua, che stravolge ogni rapporto spaziale, e da un brulichio di pennellate che rivela a poco a poco immagini inattese nel "rumore di fondo" creato dalla densa tessitura dei colori. 
Per lui del resto l'opera d'arte rappresenta una sospensione del fluire del tempo, un flash improvviso con cui si propone di riprodurre quella visione pre-cognitiva, non ancora organizzata dalla ragione, che per un attimo ci abbaglia e ci confonde quando entriamo in un luogo sconosciuto. Per raggiungere l'obiettivo Bonnard si serve di ogni possibile artificio, come lo specchio, con cui sposta il familiare nell'inusuale, l'ovvio nel non convenzionale, o il dispositivo prediletto della finestra aperta sul paesaggio. Ed è proprio in queste luminose composizioni che raggiunge i risultati a nostro avviso più felici della maturità, dopo l'affascinante stagione giovanile condivisa, alla fine dell'Ottocento, con i Nabis. 

La Domenica del Sole24Ore - Ada Masoero

8 aprile 2012

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